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L'Equivoco Culturale: Perché il Gioco non è (Spesso) Considerato Apprendimento?
Nell’immaginario collettivo contemporaneo, esiste una barriera invisibile ma estremamente solida che separa l’atto del giocare dall’atto dell’imparare.
Questa dicotomia non è casuale, ma affonda le sue radici in concezioni culturali, storiche ed educative profondamente stratificate.
Nelle società occidentali si è consolidata una suddivisione concettuale tradizionale: da un lato il gioco inteso come svago, dall’altro l’apprendimento formale inteso come dovere.
Questa distinzione influenza pesantemente la nostra percezione del gioco come possibile mezzo di istruzione.
Il fulcro del problema risiede nel focus quasi esclusivo che i sistemi educativi tradizionali pongono sull’apprendimento formale.
Quest’ultimo si poggia su pilastri rassicuranti per l’istituzione: libri di testo, lezioni frontali e valutazioni standardizzate.
In questo scenario, il gioco viene spesso declassato ad attività puramente ricreativa, qualcosa che inizia quando l’apprendimento “serio” finisce.
Esistono diverse resistenze psicologiche e organizzative che alimentano questo scetticismo:
- La Valutazione dell’Efficacia: poiché il gioco appare meno strutturato e più difficile da misurare con i classici test, viene percepito come meno efficace nel trasferire conoscenze e competenze reali.
- Il Contrasto tra Divertimento e Serietà: associamo il gioco al tempo libero e al piacere, mentre l’apprendimento è visto come un impegno serio e faticoso. Questo contrasto porta a sottovalutare il potenziale del gioco per generare un apprendimento davvero significativo.
- La Paura della Perdita di Tempo: esiste una preoccupazione diffusa che dedicare ore al gioco educativo sia una distrazione dalle attività considerate più “importanti”.
- Disciplina e Controllo: molti formatori ed educatori temono che l’introduzione della dimensione ludica porti a una perdita di controllo sul gruppo, data la natura intrinsecamente informale del gioco.
Tuttavia, la mancanza di consapevolezza sugli approcci innovativi impedisce di vedere che il gioco non è un’alternativa alla validità educativa, ma una sua potente estensione.
Il Gioco come "Mestiere" e Fondamento dell'Essere
Per comprendere come il gioco possa diventare uno strumento di apprendimento esperienziale per gli adulti, dobbiamo prima guardare a dove tutto ha inizio: l’infanzia.
Per un bambino, giocare non è un passatempo, ma rappresenta il suo vero e proprio “mestiere”.
È il canale primario attraverso cui avviene la sperimentazione e l’attivazione dei processi cognitivi.
Nel mondo dell’infanzia, le parole “giocare” e “imparare” sono sinonimi intrecciati nella quotidianità.
Gli adulti hanno il compito fondamentale di facilitare la creazione di “cornici” e situazioni di gioco che siano adatte alla fase evolutiva del bambino, permettendo alla natura umana di esprimersi in totale libertà.
Crescere, infatti, significa interagire costantemente con l’ambiente circostante, e questo richiede spazi di espressione e libertà di movimento.
Quando le persone sono immerse in ambienti stimolanti e dotate dei giusti materiali, mostrano una naturale inclinazione a inventare giochi che rispondono alle proprie necessità emotive ed evolutive.
Il gioco va quindi ben oltre la funzione ricreativa: è uno spazio di ricerca e di applicazione di strategie finalizzate al problem solving e alla gestione delle relazioni.
In questo spazio protetto, le azioni, i comportamenti e le reazioni possono essere trasformati e, successivamente, applicati alla vita reale attraverso un processo che la pedagogia esperienziale definisce “concettualizzazione e transfert”.
Verso l'Azienda: L'Apprendimento Esperienziale e il Team Building
Se accettiamo che il gioco sia una modalità di apprendimento valida, il suo approdo naturale nel mondo del lavoro è il Team Building.
Spostare il gioco dal parco giochi alla sala riunioni (o ai contesti outdoor aziendali) richiede una pianificazione rigorosa.
Attraverso una preparazione adeguata, è possibile creare cornici sicure per l’allenamento esperienziale, facilitando lo sviluppo di nuovi comportamenti utili sia al singolo professionista che al gruppo di lavoro.
Il gioco esperienziale in azienda permette di:
- Affrontare lo stress e l’errore: permette di allenarsi gradualmente alla frustrazione derivante dal fallimento, trasformando l’errore in una tappa del processo di apprendimento anziché in una colpa.
- Sviluppare Competenze Trasversali: oltre alle abilità cognitive e motorie, il gioco affina le competenze affettive e relazionali necessarie per collaborare efficacemente.
- Scoprire Valori Etici: i valori non si insegnano con le slide, ma si scoprono tramite l’esperienza diretta e l’osservazione durante l’azione ludica.
Il Passaggio dalla Teoria alla Pratica Cooperativa
È fondamentale sottolineare che non basta proporre un singolo gioco cooperativo per “risolvere” le dinamiche di un team.
Ogni percorso formativo deve avere l’ambizione di sviluppare un valore che sia superiore alla somma dei singoli giochi proposti.
Per ottenere questo risultato, l’uso di cornici metaforiche è essenziale.
Utilizzare storie, fantasia e narrazioni coinvolge i partecipanti in un viaggio metaforico che permette loro di esplorare chi sono veramente e chi desiderano diventare come professionisti e come squadra.
Il gioco nasce da una motivazione intrinseca che appartiene a tutti i mammiferi e a tutti gli esseri umani, indipendentemente dall’età.
Sebbene le forme di gioco diventino più complesse con l’avanzare degli anni, la loro funzione di arricchimento rimane costante.
Nei contesti aziendali, i giochi di interazione richiedono un linguaggio sempre più preciso e una profonda comprensione del valore delle regole e della tolleranza.
Conclusione: Il Ruolo del Formatore e la Cultura del Gioco
Per trasformare realmente la cultura aziendale attraverso il gioco, è necessario un cambiamento profondo che riconosca il valore intrinseco di questi approcci.
L’apprendimento in azienda, proprio come nell’infanzia, avviene per esperienza diretta, ma anche per osservazione e imitazione.
Chi guida il processo (il formatore) deve essere consapevole del proprio impatto sulle scelte altrui e dei pregiudizi che possono influenzare la selezione degli strumenti e degli ambienti di crescita.
Solo creando ambienti stimolanti e liberi da pregiudizi, il gioco può smettere di essere visto come una “perdita di tempo” e diventare il pilastro su cui costruire team resilienti, innovativi e profondamente umani.
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